Come saremo quando tutto questo sarà finito?

Come saremo quando tutto questo sarà finito?

Più grassi, stropicciati, grigiognoli, malconci. Con la ricrescita bicolor e la frangia fai-da-te tagliata storta. Le dita dei piedi come artigli e quelle delle mani non avranno più le impronte digitali, annientate dal disinfettante.
Quando tutto questo sarà finito o saremo tutte incinte o avremo tutti divorziato.
Anche da noi stessi.
Perché #iorestoacasa i primi giorni fa venire voglia di fare biscotti, pizze, focacce in ventiquattro versioni diverse, manicaretti, ragù cotti per 6 ore (che tanto di tempo ce n’è) e gnocchi (pure quelli con la farina di ceci).
#Iorestoacasa è l’occasione per fare grandi pulizie, rimettere a posto i cassetti, risistemare gli armadi e piantare fragole e lattuga nei vasi del terrazzo.
Va bene tutto, i primi giorni. Ma poi il tempo passa e non è solo la clausura a farci mancare l’aria, a opprimerci.

Sono quel maledetto bollettino di guerra della Protezione civile, quei punti  rossi e neri sulla mappa dei contagi della mia Italia, i camion dell’esercito che di notte portano via i morti di Bergamo. Perché a Bergamo per loro non c’è più posto. Sono troppi. Loro che già sono morti soli, lontani dall’ultimo saluto e dalle lacrime necessarie di figli, nipoti, fratelli e sorelle, devono essere cremati soli, lontani anche dalla loro città.

A farmi sentire un macigno sul petto sono la mia Puglia, il mio Gargano, la mia Ischitella. La mia famiglia. Mia madre.
Lontani.

E allora a me viene voglia di prendere gli gnocchi, i biscotti, i vasi con le fragole e la lattuga  e lanciarli contro il soffitto e chi per primo centra il faretto ha vinto. Mi viene voglia di aprire la finestra e gridare #andràtuttobeneuncazzo.

Come saremo dopo tutto questo?

Diego qualche giorno fa mi ha chiesto una definizione di futuro e alla mia spiegazione “è tutto ciò che non è ancora successo e che non possiamo conoscere” mi ha risposto:

Ok mamma, non lo conosciamo, però ti spiego: facciamo che oggi piantiamo le fragole. Noi sappiamo che tra un po’ di tempo crescono, perciò un pochino il futuro possiamo conoscerlo già. È vero o no? “.

Il filosofo cinquenne di casa ha ragione: anche senza avere la sfera di cristallo, un po’ questo futuro si può prevedere.
Si può prevedere, infatti, che se il minkione di turno non se ne sta a casa sua – beata strasantissima pazienza – il contagio aumenta. E di minkioni – ahimè – ce ne stanno assai.

Un esercito di minkioni, come quelli che dalle zone rosse si sono precipitati a far arrossire il resto d’Italia.
Eh no, non lo fanno perché sono comunisti. Anzi: il sopracitato genere di minkioni pensa solo ai cazzi suoi. Io già me le immagino le conversazioni al telefono: “E che fai ‘a mamma là, l’università è pure chiusa, prendi il treno e torna a casa!”.

Detto, fatto. E ora bravo minkione, hai contagiato pure tua madre e tuo padre.

Come saremo quando tutto questo sarà finito?

Saremo peggiori, più cattivi.

Lo insegna la storia e tutto quello che è sempre successo dopo le più profonde crisi economiche dei secoli scorsi.

Ma il passato insegna a capire soprattutto come potrebbero andare le cose in futuro.
E allora facciamola girare a nostro favore, la ruota.
Se l’ha capito Diego che è al secondo anno di asilo, ce la possiamo fare tutti.

La mia ruota personale girerà intorno al mappamondo gonfiabile che ci siamo portati dietro da Torino e che a Bruxelles ha già rotto una bella lampada e svariati maroni quando Diego non smette di palleggiarci.

Ci punterò il dito sopra a caso e il caso mi farà scegliere un bel posto dove andare. E lì, io, il giornalista-in-trasferta e il filosofo di  5 anni, ci porteremo mia madre, zio Frank, i miei nipoti e tutta la mia famiglia bergamasca, mannaja alla miseria pota!
Magari una crociera*, come quella che avrebbero voluto fare Kikita e papà.

Ovunque siate, la faremo anche per voi.

*crociera: non solo l’ho detto e pensato, ma l’ho pure scritto. Ecco i primi segnali dell’impazzimento da reclusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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