Mia nuora è una santa (e una maestra) /Ma belle-fille est une sainte (et une maîtresse)

Ici on parle français (je vais essayer)

Tutte le volte che Diego incrocia lo sguardo di quella lì perde la testa. Diventa rosso come un peperone di Carmagnola, si emoziona, si nasconde dietro le mie gambe.
Poi improivvisamente trova il coraggio e le corre incontro. Le butta le braccia al collo e la bacia. Finito lo scambo smielato di coccole e carinerie, si ricorda che io, sua maaaaadreeee, sono ancora lì, sedotta e abbandonata spettatrice involontaria.  A quel punto mi guarda e mi saluta, mi fa capire che me ne posso andare. Che tanto adesso c’è lei, la bella bionda dagli occhi verdi. “Che profuma“, dice lui ( “e perché io puzzerei?”, vorrei rispodere al nanetto ingrato).

Tu ora vai, mamma, vai… dài“, e mi accompagna gentilmente alla porta, l’irriverente (mentre a me viene voglia di mangiarmi la sua merenda per vendetta).

Diego, a tre anni, ha capito che non sono l’unico pianeta esistente al mondo attorno a cui girare.
Si è innamorato.
Di una alta il doppio di me, che quando sorride illumina la stanza (quei denti troppo bianchi sono sospetti) e che quando alza la voce (che comunque è di almeno 110 decibel sotto il mio livello medio) fa scattare tutti sull’attenti. Quando lei parla, il mondo intero si ferma ad ascoltarla. E obbedisce.

Diego si è innamorato di Madame V., la sua maestra d’asilo.

Gelosa io?
Certo, ovvio, assolutamente sì.
Di Diego? No.
Di Madame V.
Perché io… Io la amo di più, ecco.

Io questa mia potenziale nuora ( vedi Macron, tutto può essere…) me la porterei a casa. Subito.
Quella donna è una santa.

Aiuta una classe di 24 ominidi in miniatura a mangiare, giocare, colorare, a tenere bene la penna e il pennello, a vestirsi da soli, a parlare correttamente, a stare zitti, a dire grazie-per favore, a scusarsi quando si sbaglia, a non picchiarsi, a rispettare il proprio turno, a non urlare, ad esprimere i propri sentimenti, a conoscere colori-lettere-numeri, a cantare, a ballare, a rotolarsi sui tappeti, ad entrare nei tunnel, a non infrangere le regole, a  riconoscere le stagioni, a raccogliere le foglie in autunno, a ricordare i giorni della settimana, a non mangiare la plastilina, a distinguere la scarpa destra dalla sinistra, ad essere responsabili, ad avere autostima.
Li invoglia a fare domande, ad essere creativi, curiosi, autonomi, spensierati e felici. Li aiuta a crescere. A diventare grandi e perbene.

Ogni giorno, nella savana, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del leone per non essere mangiata.
Ogni giorno, a Bruxelles, Madame V si sveglia e sa che dovrà driblare 24 sfumature di verdecaccola e possibili infestazioni da pidocchi, pianti, crisi isteriche, calzini spaiati, piani didattici personalizzati, urla disumane, genitori iperapprensivi o totalmente assenti, nonni ammalati di “no-no-mio-nipote-di-più”, scarpine che sanno di camembert stagionato e cori di puzzette che bucano l’ozono, per non essere incenerita.

Madame V, se non ci fosse bisognerebbe inventarla.

 

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