Solo belle favole (o fantastiche cazzate) / Juste belles fables (ou géniales conneries)

Ici on parle français (je vais essayer)

Da quando Diego ha una percezione più consapevole del mondo che lo circonda e inizia a porre qualche domanda e “perché?”, ho capito di essere stata catapultata, all’imporvviso, in un universo sconosciuto.
Che ne so io del perché Sushi & Sashimi (i pesciolini di casa) sono rossi e non blu?
– E perché non hanno i piedi?
– E perché non volano come gli aerei?
– E perché non parlano?
– E perché l’acqua è marrone? (questa la so, ma su suggerimento del mio legale mi avvalgo della facoltà di non rispondere).

Diego chiede COSE e io mi sento Arthur Dent, ma senza una Guida galattica per gli autostoppisti.

Così ricorro alla mia personalissima bussola per orientarmi a Diegolandia:
invento una valanga di raffinate (se ho dormito a sufficienza) o più terra terra (la gran parte delle volte) CAZZATE.

Non sono cazzate nel senso brutto, intendiamoci. Cerco solo un modo per addolcire la pillola, lo zuccherino che manda giù la medicina amara. Perché questo mondo è bello, per carità, ma è anche pieno di schifezze e atrocità difficili da spiegare agli adulti più arditi e risoluti, figuriamoci a un bambino di due anni.

Ve lo ricordate Benigni ne “La Vita è Bella” quando si improvvisa traduttore di tedesco e inventa il gioco del carrarmato? In maniera certamente più goffa e meno brillante, tento di fare più o meno la stessa cosa.

Fino a poco tempo fa, ero libera di guardare il tg con Diego in area tv. Adesso, quando arrivano le immagini “forti” di attentati, guerre, persone che piangono, sono costretta a cambiare immediatamente canale, altrimenti lui si rabbuia e mi chiede: “Cosa fanno quelli?”.
Bisogna trovare una risposta pronta per ogni cosa. Argomentare una bella cazzata. 

Il clochard dorme per strada perché a casa sua sta ospitando un elefante che occupa tutto lo spazio e lui non ci sta più.

Il signore ubriaco e molesto che ci urla contro e per un po’ ci segue mentre la mamma ingrana la quinta al passeggino volando sui marciapiedi dissestati di Bruxelles più veloce di Willy il coyote, vuole solo giocare a “prendimi” con noi.

Non è vero che Tin Tin, nei libri colorati di papà-giornalista-in-trasferta, spara, mena col bastone e tira pugni manco fosse Igor il russo ( a proposito, ma l’hanno preso o no?).
“Vedi Diego, Tin Tin è solo un tipo un po’ giocherellone e fissato col contatto fisico: mica picchia lui. Hai presente quando torni dalle nonne e le zie dopo tanti mesi e ti abbracciano forte, e ti fanno mancare il respiro, e ti stringono la giugulare fino a che la tua faccia diventa violacea? Ecco, Tin Tin fa così perché vuole troppo bene alla gente. È bravo, no?”.

Il ragno grosso, peloso e rosso (giuro che era rosso e se ci ripenso svengo) che mamma ha spiaccicato a terra con la stessa faccia e lo stesso urlo di Dani Filth, non è morto. Sta solo giocando a nascondino sotto la ciabatta.
“Ma poi torna? Lo vojo!”
“Come no! Solo che ora non è più un ragno, si è trasformato nello yogurt ai lamponi!”.
Diego mangia (l’hobby preferito) e la distrazione regge.

A volte vorrei avere anch’io qualcuno che mi addolcisse un po’ la pillola e che invece di farmi pensare agli sbarchi a Lampedusa, ai bambini siriani e di Kabul, o alle ragazzine al concerto di Manchester mi raccontasse per un po’ una bella favola.

Anzi. Meglio ancora. Vorrei che le favole ci fossero proprio per loro, per chi sbarca a Lampedusa, per i bambini della Siria e di Kabul, e per le ragazzine al concerto di Manchester.

Per loro, solo belle favole.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

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