“Mamma, me ne vado in gita” / “Maman, je m’en vais en excursion”

Ici on parle français (je vais essayer)

Io un figlio mammone che resta a casa con me e il giornalista-in-trasferta fino a 30 anni non lo voglio. Vorrei che appena sia in grado di cavarsela da solo – vale a dire cucinarsi due spaghetti aglio e olio e programmare una lavatrice a 40 gradi – se ne andasse a crescere, a scoprire il mondo da qualche parte (magari non troppo lontano, ecco) e a conquistarsi da solo la sua felicità. Io vorrei mio figlio come i figli dei danesi (la prova in questo articolo).

Le conquiste, però, si fanno passo passo, cominciando fin da piccoli. Cioé adesso.

Al nido, le maestre l’obbligano a rivestirsi e a lavarsi da solo. E infatti due volte su tre vado a riprenderlo con le mutande infilate al contrario, la patta dei pantaloni sulle chiappe (come fa a chiudersela è un mistero), i calzini storti e il sapone incrostato sulla faccia (di solito quando piove – 366 giorni all’anno – dalle guance partono le bolle).

Qui in Belgio, la scuola materna inizia un po’ prima rispetto all’Italia, a due anni e mezzo, e Diego debutterà il suo ingresso coi “bimbi grandi” a settembre. Inizierà il suo cammino verso l’autonomia.

Così io e il giornalista-in-trasferta intraprendiamo il tour nelle scuole di Bruxelles per scegliere quella che per noi è la migliore.

Ne visitamo quattro fisicamente e una decina virtualmente. Sono tutte pubbliche e offrono tante differenti attività, aule attrezzatissime, giardini coi giochi in legno, tricicli per scorazzare durante la ricreazione, campi da calcio, corsi di lingua, bricolage, musica e psicomotricità.
Mentre il direttore di questo o quell’istituto ci spiega qual è il progetto educativo-pedagogico io penso alle nostre scuole italiane, alle collette dei genitori per ridipingere i muri e comprare la carta igienica, e per un attimo sono felicissima di vivere in questa città. Anche se piove sempre. Anche se dopo una corsa in metro puzzo di fritto come se avessi passato otto ore dentro la cucina del Mc Donald’s.

“Qui Diego può crescere autonomo e indipendente come vorrei. Che felicità! Non diventerà di certo mammone qui”, penso.
Poi, però, all’improvviso, come una cacca di gabbiano atterrata senza avvertire sulla faccia mentre si rosola al sole in spiaggia, arriva il momento in cui il direttore di questa o quella scuola dice: “Ovviamente, a partire dal secondo anno, organizziamo la settimana bianca col maestro di sci, la settimana verde nel bosco o quella al mare. E sono obbligatorie, ovviamente”.

Obbligatorie? Ovviamente? Ma che felicità, sti’ cazzi! Io mio figlio a quattro anni, da solo, con degli sconosciuti, per sette lunghissimissimi giorni, lontano, senza mamma sua vicino vicino, non ce lo mando manco se il direttore in persona balla la trojka nudo sui carboni ardenti sotto la mia finestra.

Alla fine abbiamo scelto una scuola che oltre ad essere molto bella, vicino a casa e piena di interessanti attività, obbliga i bimbi ad andare in gita dai sei anni in su. Che sono sempre pochi, ma non sono quattro.
Oggi Diego non ne ha neanche due e mezzo e magari, quando sarà alle elementari, noi saremo già tornati a Torino dove faremo la colletta per comprare la carta igienica e in settimana bianca o al mare ci andrà con mammà. Vicini vicini.
Perché io vorrei un figlio autonomo e indipendente.

 

 

 

 

 

 

 

 

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