Frites e figli (degli altri) zen /Frites et fils (aux autres) zen

Ici on parle français (je vais essayer)

Ci sono Diego e i bimbi come lui (quasi sempre italiani e spagnoli). E poi ci sono loro:  i bimbi belgi.

I primi, fino ai 15 gradi e il vento superiore ai 2 km/h, indossano piumino con la zip chiusa fino al collo, foulard e cappellino anti-otite (e sotto il body, che altrimenti quando vanno sullo scivolo al parco gelano i reni).

I secondi sono già in pantaloncini e t-shirt, e girano scalzi e unti di protezione solare (e con in mano un cono di frites, anche durante lo svezzamento).

Diego e quelli come lui, nello spogliatoio della piscina, subiscono l’asciugatura coatta del phon che va a monetine. Fa niente se i capelli da seccare sono tre di numero e il bimbo in questione urla come se il tubo sputa-aria-bollente fosse un drago fumante e stesse per divorarlo.
Fuori fa freddo, bisogna eliminare ogni traccia di umidità prima di uscire.
Costi quel che costi (una moneta da 20 centesimi, vestiti sparsi dappertutto, svariate bestemmie del genitore e braccia da culturista pompato per tenere fermo il nanerottolo tarantolato all’altezza del getto d’aria).

I bimbi belgi, invece, nello spogliatotio della piscina ci sostano al massimo tre minuti. Loro escono coi capelli che grondano acqua. Anche quando fuori nevica. Anche quando il vento gelido ti taglia la faccia e sul marciapiede c’è una lastra di ghiaccio. Loro vanno via così, bagnati fradici e felici, di corsa verso un altro cono di frites (e manco scivolano!).

A Diego e a quelli come lui verrebbe una broncopolmonite acuta.
A loro, ai bimbi belgi, solo un rafforzamento degli anticorpi.

Per portare Diego e quelli come lui via dal parco servono quintali di pazienza e promesse di cene strepitose (inventandosi anche la presenza delle frites se è necessario) e magiche sorprese con nani e ballerine a casa per evitare che il pargoletto protesti buttandosi a terra e urlando come se fosse posseduto.

Ai bimbi belgi, invece, basta che la mamma sussurri un lievissimo “on y va” per scattare sull’attenti e in un lampo raccogliere macchinine, palette, secchielli, biciclette, tricicli, palle, bolle di sapone, scarpe, frites, sistemare tutto nella sacca del passeggino, infilarcisi dentro, legarsi la cintura da soli, tirare fuori un altro cono di frites perché è giunto un certo languorino, e partire. Senza piangere. Senza urlare. Senza fiatare. Solo “on y va”.

Diego e quelli come lui cantano a squarciagola e lasciano il segno quando passano (lo dico con cognizione di causa: mentre scrivo guardo il parquet in controluce, porca paletta).

I bimbi belgi parlano a bassa voce e camminano in punta di piedi (sgranocchiando frites).

La mamma di Diego e quelli come lui guarda (con un po’ di sana invidia) le mamme dei bimbi belgi che guardano (con un po’ di meno sano disgusto) la mamma di Diego e quelli come lui.

Frites. Sai che facciamo Diego? Passiamo da Maison Antoine e ne prendiamo un cono pure noi. Magari il segreto è tutto lì. Nell’unto.

 

 

 

 

 

 

4 risposte a "Frites e figli (degli altri) zen /Frites et fils (aux autres) zen"

  1. Mia figlia ha dieci mesi e ho provato a crescerla con metodo scandinavo, lottando contro mia madre che mi.metteva i calzini di lana ad agosto…ti farò sapere. Però il fritto non glielo do

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