La classe a colori di Diego /// La classe colorée de Diego

Ici on parle français (je vais essayer)

Dall’asilo al liceo, passando per le elementari e le medie, io un compagno straniero non ce l’ho mai avuto. Nel mio adorato paesello, in classe, c’eravamo sempre e solo noi: figli di Ischitella da almeno tre generazioni.

L’amica più “esotica” dei miei anni Ottanta era nata a Torino (ma attenzione, da mamma e papà ischitellani doc) e quando è entrata in classe la prima volta, in terza elementare, a me sembrava arrivata da un pianeta lontano solo perché usava la penna stilografica e parlava con le vocali aperte (Antonellina mia, perdonami per la citazione!).

Diego ha due anni e sedici compagni di nido arrivati da tanti angoli diversi del mondo. La sera, sono i loro nomi che dice prima di addormentarsi: Lia, Lucas, Arthur, Alexander, Julia, Ariadné, Joice, Lina, Mattei, Oscar. E quando gli chiedo in che lingua parlano tra loro, mi guarda e ride, come se gli avessi fatto la domanda più scema dell’universo (ah già…forse i mocciosi non parlano, urlano come acquile impazzite e basta. Linguaggio universale).

Io, a Ischitella, all’asilo, ero in grado di distinguere i crustoli “forestieri”” di Vico (a otto chilometri di distanza) perché l’impasto è più sottile e al posto delle noci ci mettono le mandorle.

Diego, nel suo nido, mangia regolarmente il tofu al curry, la moussaka e la carbonade flamande (care nonne mie, tranquille: a parte l’alito puzzolente quando torna a casa e le patacche indelebili sulle maglie, digerisce bene e rispetta le tabelle di crescita del pediatra).

Quella di Dedo è davvero una classe a colori. Non solo per le testoline bionde che si alternano alle codine nere e ai ricciolini crespi, manco fossero nel backstage di Oliviero Toscani. È a colori perché in quella stanza piena di bacilli e portatori sani di milleuno malanni, c’è una meravigliosa babele di esserini svezzati secondo regole e culture diversissime.

Nel suo nido, per un mese, le maestre (una fiamminga di padre brasiliano e l’altra francofona di origini indiane) realizzeranno un progetto bellissimo: ogni bimbo dovrà portare con sé una lista di cose tipiche del suo Paese, dal cibo alla musica e ai libri in lingua madre (nella chiavetta usb di Diego: “L’Italiano”, “Il ballo del qua qua”, “Viva la mamma”; e per vivere nel presente io e il giornalista-in-trasferta ci abbiamo messo pure “Occidentali’s Karma”).
La classe si chiamerà “Diversity and Multicultural Dragonflies”.
Il motto è: mescoliamoci!

Sono fortunati, questi bimbi. E forse, grazie al loro imparare a stare insieme e a rispettarsi nelle diversità fin da piccoli, da grandi renderanno questo mondo migliore.

Mi piace pensare che un bel giorno, queste donne e questi uomini del futuro di fronte ai populisti-xenofobi-razzisti di mezzo mondo che costruiscono muri e alimentano odio e paure (e che ce le stanno facendo a fettine) risponderanno con un coloratissimo doigt d’honneur.

Voi, cari piccoli e grandi Drangonflies, sarete migliori di noi! Ne sono sicura.

 

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