Bruxelles (ma belle) calling!

Ici on parle français (je vais essayer)

Visto da qui. Da una pila di scatoloni da montare e poi riempire secondo un ordine sensato, e chiudere (benissimo eh, o il corriere non li ritira) con il nastro adesivo marrone, quello che potrebbe sostituire la ceretta al miele, volendo.

Quel nastro ha chiuso anche un bellissimo capitolo torinese (almeno per un po’) e ne ha aperto un altro a mille chilometri di distanza, a Bruxelles.

Nuove pagine che odorano di patatine fritte (sempre e comunque, dappertutto, è impossibile sfuggirne) e di birra (solo dai 7 gradi in su), di gauffres calde alla vaniglia, di cappotti di lana perennemente inzuppati di pioggia e sostituiti da impermeabili piumini, di cerate copri-passeggino strappate vie dal vento, di camminate interminabili nei parchi che sembrano boschi, di macedonie fatte di lingue, credi, colori e culture diverse incrociate tra i sedili dei bus o per strada.

Quegli scatoloni li ho aperti alla fine dell’estate scorsa e qui ci sono arrivati quasi tutti mezzi rotti (altro che nastro resistente!). È servito un po’ di tempo e tanta paaaazienza per mettere a posto tutti i pezzi che contenevano (qualcosina negli armadi, QUALCOSONA nella mia testa).

Ora è tutto in ordine e posso iniziare a guardarmi intorno per bene, sans souci, e a raccontare quello che vedo.

A partire da qui.

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